Nel Gashaka-Gumti National Park: alla conquista del Gangirwal (2/3)

La notte trascorre tranquilla. A mezzanotte il generatore del campo si spegne, poi il rumore degli insetti. La zanzariera a raggiera: prodotto indonesiano, mi accompagna dal 2002. Cimelio incerottato che rivela una collezione di macchie scure, il mio sangue spremuto dai ventri di quelle piccole maledette.

L’appuntamento è alle otto. Lo zaino è pronto. Lo sollevo, sembra che pesi troppo. Penso al portatore. Tolgo qualche oggetto, lo infilo nella borsa di plastica che lascerò al campo e conto le scatolette di sardine. Troppe anche quelle. La mia unica fonte di proteine. Smetto di pensare al portatore e vado a fare colazione.

18 maggio – Oggi è il grande giorno. Sono tranquillo, ho fiducia in Anthony. Il manager, Mr Ibrahim, è una di quelle persone che sembrano sempre spaventate di qualcosa. Deve essere questo lato pavido a conferirgli un’aria da gentleman dimesso. Mr Ibrahim mi saluta: non vuole farlo, ma lo fa. Nessun sorriso, solo una serrata cortesia. “Good morning, Mr Claudio”, “Good morning, Mr Ibrahim”.

Continuo ad avere fiducia in Anthony: accumula un ritardo del tutto trascurabile. Dopo un’oretta mi decido per un secondo caffè. Nel padiglione del ristorante non ci sono clienti. Attorno ad un tavolo sono riuniti 5 o 6 ragazzi, allievi di un qualche istituto alberghiero. Pendono dalle labbra di un istruttore intento a sussurrare loro tecniche segrete di psicologia del turismo. Una ragazza prende appunti.

Anthony. Sui trent’anni, un omaccione: decisamente una creatura forte. Timido o serio, difficile dirlo. Decifrazione reciproca, probabilmente: qualcosa di inevitabile. Si informa sui miei acquisti: riso, scatolame, nescafè, latte in polvere. Va tutto bene. Cos’altro c’è nello zaino? Una tenda bivacco, ricambi di biancheria, qualche medicinale. Mi porto dietro una Canon 300S – sì, questa missione sarà tutta analogica.

Il manager sovrintende i preparativi da un angolino dell’ufficio. Controlla costantemente una ridda di calcoli da una cartellina, e non è contento: è come se il nostro ritardo bloccasse tutta l’attività del campo (la struttura è deserta, sono abbastanza certo di essere l’unico occupante). Dopo un po’ arrivano i nostri achaba. Il mio zaino e quello di Anthony vengono assicurati alle moto con delle cinghie elastiche.

Lasciamo Serti e siamo fortunati: il cielo non ci ha ancora regalato nemmeno una goccia di pioggia. Direzione Gembu. Ad un certo punto svoltiamo a sinistra, proseguiamo per un tratto sterrato e raggiungiamo il gate del parco. Appare un ranger, firmo il registro e pago la fee. Ripartiamo.

Il viaggio è in salita. Le jincheng sono snelle, e più potenti di quanto non appaiano. Arriviamo ad un fiume (risalendolo, una delle star del parco: la hyppo pool, l’abitazione privata di un bestione uso a spruzzi e lunghe apnee). Un ponte di sassi unisce le due sponde, ma c’è troppa acqua: ha iniziato a piovere già da qualche settimana. Non ce la faremmo nemmeno con un 4×4. (Qualcosa di divertente. Dopo aver passato il pomeriggio a cercare di convincermi della necessità del fuoristrada, questa mattina Mr Ibrahim si è seraficamente ricreduto: avvedutosi della mia scelta di raggiungere Gashaka in motoretta, ha dichiarato “That’s good. Too much water to use the 4WD”.)

Gashaka è il primo punto d’approdo della sezione sud-occidentale del parco. Gran parte del personale del Gashaka-Gumti risiede qui: un blocco di minute costruzioni di cemento rompe la disordinata geometria delle capanne. Il villaggio funge anche da base per i visitatori più frettolosi, ed è a Gashaka che la direzione del parco ha deciso di ampliare l’offerta di alloggi. Discoste dal villaggio, nei pressi del fiume, una serie di casupole bianche in via di (indefinita) costruzione. La struttura più vecchia (e l’unica agibile) è il cosiddetto chalet, una casetta di pietra con stufa a legna concepita per i viaggiatori più danarosi. È esattamente come me lo ricordo: impregnato d’umidità ma non privo di un certo fascino, e senza ospiti. Il set per un horror nigeriano, se Nollywood volesse aprirsi al genere.

Anthony mi accompagna allo chalet, apre il lucchetto della porta a zanzariera e mi dice: puoi mangiare qui se vuoi, ci vediamo dopo. Se ne va a cercare il portatore (una figura che è ancora senza nome), o a pranzare, o a chiacchierare, o a dare una mano a qualcuno. Un paio d’ore per vagabondare. Prima scatoletta di tonno. Schiaccio un pisolino.

Eccolo, finalmente. Basso, tonico, sui quarant’anni: Abu Bakar. L’uomo che si caricherà sulle spalle il mio zaino. Comunichiamo in hausa – Abu Bakar non conosce l’inglese e io non parlo ndoola. È il primo pomeriggio, sembra che sia arrivato il momento di abbandonare Gashaka. Di fronte allo chalet controlliamo i bagagli e distribuiamo il peso, poi Abu Bakar si dirige verso il fiume e noi c’incamminiamo nella direzione opposta. Lo vedremo più tardi, dice Anthony.

Incrociamo dei pescatori che tornano dal fiume. Il cielo è tutto rabbuiato, camminiamo con un senso di leggerezza parlando del più e del meno (e sì, anche del tempo). Solo per averlo evocato, ecco che s’avvera: il diluvio – universale, credo. Ci sono questi grossi zanzaroni che ti si attaccano alla pelle solo per succhiarti del sangue: se ne vanno solo se li rimuovi con il pollice e il medio, come delle biglie. Ad un certo punto appare Abu Bakar, sorridente e in flip-flop. La prima tappa è Kwano, il campo base del Gashaka Primate Project diretto da Volker Sommer, antropologo evolutivo dell’University College di Londra. Bel tipetto, il Volker Sommer. Lo incontrai nel 2007, durante la mia prima visita nel Gashaka-Gumti. Io e Xavier arrivavamo del tutto impreparati: Chris, il ranger che ci guidava, ci disse che se volevamo pernottare a Kwano dovevamo parlare con Volker Sommer. Cinematografico, e non poco: sin dalla prima occhiata non mi fu possibile dissociarlo dalla figura del colonnello Kurtz. In quel momento Sommer era intento a impartire istruzioni ai membri del suo staff, dottorandi e ricercatori che lavoravano sui gruppi di scimpanzé che popolano le foreste della sezione tropicale del parco. Capelli raccolti a coda di cavallo, orecchino, pantaloni resistenti ai raggi UVA. Sguardo spiritato e calmo al contempo. Occhi azzurri (autore assieme a Paul L. Vasey , tra l’altro, di Homosexual Behaviour in Animals).

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Kwano, pannello solare e edificio cucina-refettorio

Questa volta Volker Sommer non c’è, ma il suo spirito sì. È una presenza, nel senso demonologico del termine. Un dottorando spagnolo mi accompagna per il campo. Gli chiedo della Dr Kate Arnold, la ricercatrice appassionata di scarabei che studiava il linguaggio degli scimpanzé. Non fa più parte del progetto, tuttavia qualcosa di lei rimane: è grazie a Kate (e ad un’accesa discussione con il Sommer, pasdar dell’impatto zero) se la piccola libreria di Kwano è diventata l’unico angolo del campo dove è possibile fumare.

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Kwano, libreria e angolo fumatori

Preparo degli spaghetti con del concentrato di pomodoro e una scatoletta di sardine (sì, nessuna sorpresa nel menù). Metto scarpe e calzini vicino al fuoco e passo la serata cercando di scaldarmi. Intorno a me solo persone inspiegabilmente asciutte. Mi ritiro nella stanzette offertami e mi addormento.

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Kwano, giaciglio e panni stesi

19 maggio – Giornata di cammino non troppo complicata. Un sentierino ci porta fino a Yakuba, insediamento abbandonato nei pressi di un fiume. Il cielo è carico di pioggia. Decidiamo di accamparci sulla riva del fiume. Piantiamo le tende e andiamo a lavarci. L’acqua bruna scorre in una vegetazione rigogliosa, popolata da moschini, zanzare, zanzaroni, vespe e altri prodotti evolutivi.

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Il fiume di Yakuba

Anthony mi mostra il metodo tradizionale per accendere il fuoco: si forma una piramide di legnetti e la si accende bruciando un sacchettino di plastica nero, di quelli in cui vengono messi i piccoli acquisti al mercato. Sono allibito, ma poi mi ricompongo: in Nigeria l’ultimo uso della plastica è questo. Dormo nella tenda bivacco. Durante la notte una termite buca il pavimento della tenda e mi morde il braccio: grossa delusione. Pioggia.

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Accampati a Yakuba

20 maggio – Dieci ore infernali. Oggi è il giorno del machete, delle colobus monkeys, della foresta, dei guadi e del sano sacramentare. Anthony mi dice che se ce la facciamo fino a Maa Sabere, una minuta enclave sull’altipiano, allora potremo evitare di accamparci sul fiume. Il sentiero sparisce presto. Anthony e Abu Bakar si consultano, provano delle piste e poi decidono. Sferzate di machete di qua, sferzate di machete di là. Guadiamo innumerevoli volte dei corsi d’acqua. Attraversiamo una foresta di piante simili a mangrovie: gli scarponi affondano nel fango (Abu Bakar, con gli infradito, è più veloce, ma alla fine capitombola anche lui).

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La foresta di mezzo

Anthony raccoglie delle feci di tapiro per il laboratorio di Kwano. La vegetazione si fa meno rigogliosa, ora la marcia prosegue sotto il calore che precede la pioggia. Siamo sudati, infangati e affamati, e a frustarmi è l’erba alta e di sintetica indistruttibilità che si avvinghia alle gambe e mi afferra i piedi.

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Anthony, il suo machete e un fiume

Cominciamo a salire. È pomeriggio. L’aria è più fresca, la pioggia si trattiene, ma il cielo è una cappa grigia. L’ultima parte di cammino è piacevole, dolce. Lentamente mi accorgo che quello che stiamo percorrendo è un sentiero. Maa Sabere, infine.

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Vista da Maa Sabere

Innestiamo le nostre presenze nella tranquilla vita del villaggio. Anthony conosce tutti e tutti conoscono Anthony. Vengo presentato, introdotto, accolto. Ci viene offerto del miele e una capanna. Apriamo le tende e proviamo ad asciugarle prima che il cielo si riversi sul Gashaka-Gumti. Scendiamo al fiume, un discreto torrente a qualche centinaio di metri. Ceniamo con del tuwo, una salsa a base di spinaci e arachidi, e dei mango. La capanna è piuttosto ampia, il nostro ospite ci raggiunge per farci compagnia nelle chiacchiere che seguono il pasto. Anestesia.

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La capanna

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Kakakin Kura

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Claudio speaking. I'm the co-founder of Freaky Tracks - quite happily, I must say. I taught Italian in New Zealand, undertook fieldwork research in West Africa and tested videogames in Madrid. I am a linguist, a minimalist runner and a travel addict… and nope, I won't stop moving around!
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