Mugabe and the White African

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Titolo
, Mugabe and the White African
Anno, 2009
Genere, documentario
Regista, Lucy Bailey e Andrew Thompson
Musica, Jonny Pilcher
Fotografia, Andrew Thompson
Durata, 94 minuti
Lingua, inglese
Paese, UK
Consigliato?, Assolutamente sì

Una storia complicata, quella della distribuzione terriera in Zimbabwe. Come tutte le storie complicate anche questa si presta alle più estreme semplificazioni: una colonia britannica che ottiene l’indipendenza, un eroe africano che lotta per la libertà del suo popolo, il diritto ad espropriare i fattori bianchi, etichettati in toto come ‘white supremacists’.

In questa geometria di banalizzazioni mediatiche e demagogia politica si inserisce la storia di Mike Campbell e di Ben Freeth. Campbell acquista la tenuta di Mount Carmel nel 1974, un appezzamento di terreno che finirà di pagare ben dopo la caduta del regime di Ian Smith e la conseguente indipendenza dello Zimbabwe (ovvero l’ex-britannica Rhodesia), nel 1980.

Per i primi dieci anni il governo di Mugabe si disinteressa totalmente alla questione della redistribuzione terriera. Onorando gli accordi di Lancaster House che hanno condotto lo Zimbabwe a libere elezioni, Mugabe mette in pratica la politica del ‘willing buyer-willing seller trade’: nessuna espropriazione e nessun obbligo alla cessione o all’acquisto di terreni. La Gran Bretagna (allora thatcheriana) che assiste e promuove il cambio di regime si prende l’impegno di sostenere i diritti proprietari dei fattori bianchi compensando finanziariamente il governo zimbabwano. Mugabe considera positivamente questo tipo di soluzione: da una parte rientra nella politica conciliatrice perseguita con zelo nel suo primo decennio di governo, dall’altra sottolinea (e formalizza economicamente) le responsabilità britanniche in quanto ex potenza coloniale.

Tre eventi modificheranno la politica di Mugabe e la sua visione conciliatrice: (1) il voto ‘razziale’ dei bianchi, ovvero la scelta della comunità bianca di votare in blocco per candidati bianchi, negando le buone politiche del primo e unico decennio democratico (i ministri e consiglieri di Mugabe, al contrario, sono sia neri che bianchi, con tutto ciò che questo implica sul piano psicologico); (2) l’affacciarsi sulla scena dei veterani di guerra, usciti dall’ombra in cui si erano defilati immediatamente dopo l’indipendenza, determinati ora ad avanzare richieste precise (e minacce altrettanto precise) al governo di Mugabe; (3) il nuovo corso della politica estera britannica inaugurato da Tony Blair (1997), la cui amministrazione misconoscerà gli obblighi che la Gran Bretagna ha assunto nel passato, considerandoli vincolanti solo per la parte politica che li ha promossi (Mugabe sosterrà sempre che solo i conservatori sono in grado di comprendere le conseguenze e le responsabilità del colonialismo).

Il tempo di pace è finito. Ai veterani di guerra (saliti da 27000 a 50000) i soldi non bastano: Mugabe non ha saputo fronteggiarli e ora è costretto a pagare, e la terra è l’ultima moneta che gli rimane. È solo promettendo la terra ai suoi accoliti e alla rete di potere che lo circonda che Mugabe può garantirsi la sopravvivenza politica. Nessun terreno verrà espropriato e concesso a contadini che ne hanno realmente bisogno: la terra è destinata ad amici influenti, alti funzionari, parenti di ministri e così via.

Sebbene nel 1999 lo Zimbabwe dichiari di non avere alcun interesse ad acquisire la fattoria di Mount Carmel, garantendo così la piena proprietà ai Campbell, nel 2000 viene emanato un decreto di espropriazione, e con l’espropriazione iniziano le intimidazioni, le violenze e gli attacchi.

Mugabe and the White African di Lucy Bailey e Andrew Thompson racconta della lotta di Mike Campbell e di Ben Freeth (genero di Campbell) per rivendicare non solo i loro diritti proprietari, ma anche i diritti dei loro 500 dipendenti, membri di una comunità a cui è garantito lavoro, cibo e assistenza medica.

Campell e Freeth trascineranno il governo di Mugabe davanti ai giudici del tribunale del Southern African Development Community, a Windhoek, Namibia. La lotta legale e umana di questi due uomini e della loro famiglia è narrata con sensibilità, senza forzature.

L’escalation di violenza entra nel documentario in modo inaspettato e atroce. Sembra che la giustizia non possa esistere senza coraggio, ma nessuna giustizia può chiedere a una persona tanto coraggio.

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