Pedalare in Iran (ai mullah piace così)

Un dubbio frequente tra i ciclisti diretti in Iran riguarda l’abbigliamento. Posso pedalare in pantaloncini? Devo coprirmi le gambe? Qual è l’abbigliamento opportuno? Non sono certo domande peregrine. Sembra che il buon ciclista, poco incline a voler visitare le carceri dei paesi che attraversa, sia animato dal desiderio di mostrarsi rispettoso e di sfuggire a ogni situazione che non possa risolversi con un sorriso e una stretta di mano. Inoltre, l’idea di attirare l’attenzione per il motivo sbagliato collide con l’essenza stessa del viaggio. A volte però le buone intenzioni ci inducono a comportarci in maniera esageratamente opportuna, cosicché una volta attraversato il confine diventiamo d’improvviso più persiani di un gatto e più coperti di un sacco di patate.

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Donne, uomo, e bicicletta

Alla fine, quello che conta è il buon senso e il buon senso si traduce nella seguente regola d’oro:

Quando sei a Roma, fai come i romani.
E se sei un ciclista, fai come i ciclisti.

Né più né meno. Dopo aver visto ciclisti iraniani pedalare allegramente con i corpi avvoltolati in tutine di lycra, le gambe depilate bellamente scoperte, mi è chiaro che indossare un paio di pantaloncini non muove alcun sopracciglio. Tuttavia, mentre un ciclista sportivo esce di casa, inizia a pedalare e dopo qualche ora è di ritorno, ovvero è quasi sempre in movimento (spesso con minima interazione sociale), il cicloviaggiatore sosta qui e là per riposare, bere, parlare con la gente, e accettare le prelibatezze offerte nelle più improbabili delle situazioni (consumare il cibo che la lunga mano della generosità iraniana ti ficca in bocca è di per sé un’attività agonistica). Chi viaggia in bicicletta, insomma, non si limita a passare. Ai feticisti del lycra suggerisco di optare per un paio di pantaloni corti – corti, ma non cortissimi (giusto sopra il ginocchio va bene). Quando si gira a piedi per una città, si prende un mezzo pubblico o si è invitati a casa di qualcuno, allora un paio di pantaloni lunghi sono d’obbligo.

Adesso veniamo alle donne. Una cosa appare subito evidente: la regola d’oro funziona, ma funziona solo per i detentori di organi genitali maschili. Nell’Islam le donne sono ontologicamente uguali agli uomini e, per la pace dei filosofi, dal punto di vista dell’essere in quanto essere il piano d’eguaglianza è perfettamente rispettato. Ma questo piano d’uguaglianza e la società sono due cose diverse, e nel modello di società imposto dai mullah (gente tutto sommato simpatica) la donna è funzionalmente diversa dalla controparte maschile. Dire che è funzionalmente diversa significa molte cose, ma il senso portante tratto da secoli di studio è questo: la donna è vagina. Nel modello donna-vagina occorre coprire le ‘parti belle’ (braccia, capelli) e occultare le forme, cosicché quello che rimane è il simbolo di un organo sessuale. Ma non tutto è buio all’ombra della Luna Crescente: con mia grande sorpresa i piedi possono venir mostrati, e questo nonostante la popolarità nei motori di ricerca di termini come feet worship, teen feet, e Asian feet (per non parlare poi del celeberrimo cum on feet).

La probabilità di vedere un’iraniana in bicicletta è leggermente superiore a quella di sentire l’ayatollah annunciare alla popolazione che dal ’79 in poi si è perso solo tempo e che sarebbe stato meglio approfondire Darwin. La buona notizia è che le donne, in Iran, possono andare in bicicletta. La cattiva notizia è che possono farlo solo in appositi parchi ovvero luoghi che consentano il compimento delle cosiddette leggi sulla cosiddetta ‘modestia femminile’. A riprova del buon senso della norma basta osservare le lunghe file di stupratori seriali che si formano lungo il recinto di questi parchi, come ad esempio il parco ‘Paradiso delle Madri’ in Tehran. A luglio di quest’anno (2016), la polizia ha bloccato un pericoloso gruppetto di cicliste intenzionate a partecipare a un evento sportivo nella città di Marivan, vicino al confine con l’Iraq. La buona stella però vegliava sulle sediziose le quali hanno evitato la galera dopo aver firmato un documento in cui garantivano di non incorrere più nel medesimo crimine.

Se per le donne iraniane la bicicletta è possibile in condizioni di apartheid, per la cicloviaggiatrice non iraniana i problemi sono pressoché inesistenti. Pantaloni lunghi, qualcosa che copra i fianchi, i capelli e le braccia, niente aderenze, e il gioco è fatto.

Quando sei a Roma, fai come i romani.
E se sei una ciclista, copriti.

Anche qui, però, occorre fare una distinzione. Se siete donne e viaggiate in bicicletta da sole, allora dovete tenere in conto un paio di cose. La vista di una ciclista che pedala in solitario è evento rarissimo, e sebbene ampi settori della società iraniana dimostrino volontà di emancipazione, la probabilità d’imbattersi in manifestazioni di prurito macho-religioso di tipo Alpha è sempre presente. La forma tenue di questo prurito è rappresentato dall’ostilità delle persone più religiose (uomini, ça va sans dire). Persone che, ancor prima di interrogarsi sul perché diamine giriate con una bicicletta carica di borse in un modo che è proibito alla totalità delle donne iraniane, avranno l’accortezza di notare che no, proprio non siete accompagnate. L’esposizione a cui è soggetta una ciclista è compensata dalla possibilità di interagire con le donne, opportunità che generalmente il viaggiatore maschio conosce in modo limitato e indiretto. Uno degli effetti ‘positivi’ della rivoluzione del ’79 è stato quello di aver politicizzato le donne delle aree rurali (tradizionalmente le più religiose) consentendo loro una libertà di movimento che prima non possedevano. Le donne sono più attive e più presenti, si spostano, viaggiano assieme, si riuniscono, e tutto questo perché la moralizzazione monocromatica della società ha neutralizzato l’opposizione tra il mondo di virtù e onore e quello laico e perversamente contaminante. Ma anche questa libertà è solo apparente: emanazione di una società maschilista, patriarcale e islamica, la mobilità delle donne nelle aree più restie a una visione modernista della società non è altro che una conseguenza dell’istituzionalizzazione della sottomissione femminile. Le donne, in fondo, sono sempre quelle creature che non possono viaggiare o uscire di casa senza il permesso del marito e alle quali, oltre a essere interdetta la pratica sportiva in presenza di altri maschi, è proibito persino assistere a competizioni di atletica maschile.

Contrariamente a quanto i mass media più ottusi cerchino di instillare nell’immaginario collettivo, l’Iran non è un paese di uomini sbracati e bavosi il cui dopolavoro consiste nel montare testate nucleari. Che siate uomini o donne, ciclisti o backpackers, i mille incontri di cui sarà disseminato il vostro cammino vi introdurranno in quella zona confortevole e protettrice che è la famiglia iraniana. E la famiglia iraniana è come una coperta calda in un giorno particolarmente freddo, una tazza di tè bollente mentre fuori piove, un punto d’ombra in una terra riarsa dal sole. L’Iran è un paese gentile e ospitale, e forse il problema maggiore che ci si trova davanti nel descrivere questo paese consiste proprio nel dare un’idea di quanto gentile e ospitale possa essere.

La zona confortevole

La zona confortevole

Per terminare, una piccola riflessione. A Tabriz (Iran nord-occidentale) c’è un piccolo, meraviglioso parco concepito per ospitare i ciclisti offrendo loro, del tutto gratuitamente, un’oasi di serenità nel cuore della metropoli.  Alcuni credono che questo spazio sia riservato esclusivamente ai cicloviaggiatori e che le regole di abbigliamento (OK, parliamo del velo) decadano una volta varcato il cancello. Non è così: il parco è aperto a tutti e il velo deve essere indossato come in qualsiasi altro spazio pubblico della Repubblica Islamica. Naturalmente le cicliste sono frustrate dal dover girare infagottate con capo, braccia e fianchi coperti, e più di una volta, parlando con qualche viaggiatrice, abbiamo cercato di immaginare il momento in cui, varcata la linea di confine con l’Armenia, ogni assurda regola vestimentaria evapora e ci si sfila il fastidioso velo sorridendo ai nerboruti militari persiani. Lo sguardo di sfida declinato in un sorriso appena accennato, la luce violenta del tramonto, una brezza che smuove le chiome, e come sottofondo una musica di sobria vittoria: l’immaginazione è sempre un poco cinematografica. Ma per quanto odioso possa risultare aderire alle leggi iraniane, bisogna ricordare che noi andiamo e loro restano, e in questo loro ci sono milioni di donne che vivono l’imposizione di un modo di vestire come un crimine e un insulto.

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Claudio speaking. I'm the co-founder of Freaky Tracks - quite happily, I must say. I taught Italian in New Zealand, undertook fieldwork research in West Africa and tested videogames in Madrid. I am a linguist, a minimalist runner and a travel addict… and nope, I won't stop moving around!
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