Due mesi a Napoli: di despoti e cannibali

Volo Transavia TO3336 in servizio sulla rotta Paris Orly-Napoli: dagli interstizi del finestrino spunta uno scarafaggetto. Il nostro vicino, un giovane uomo che ha passato poco più di dure ore a scavarsi il naso con pollice e medio, non si scompone (è d’oltralpe e la vita gli sorride).

I passeggeri sfilano davanti allo stewart emettendo brevi saluti. Nell’aria una vaga allegria. Parigi, ancora una volta, mi ha ritorto le budella e la colpa deve essere tutta del giovane impomatato che sosta sorridente presso lo sportellone spalancato. Approfitto del mio turno per intavolare la seguente conversazione:

– Il y a des cafards dans votre avion.
– Des cafards?
– Oui, des cafards.
– Vous en avez attrapé un?

No, coglione.

Poi Napoli. Umidità, pioggia. Il calore confortevole del ritorno, come quando si sbarca al porto di Manado in un giorno di fine agosto pronti a buttarsi nel primo centro massaggi.

Ma qui non ci sono massaggi, o almeno non per noi. Prendiamo un tassì. Il tassista è agitato (a Napoli la pioggia penetra nei lembi di tessuto cerebrale causando una sindrome simile al kuru). La distanza tra Capodichino e piazza Nicola Amore equivale alla distanza coperta nel tempo di un pippone sulla bontà del Regno delle Due Sicilie.

La foresteria del Jean Berard è così come l’avevamo lasciata: asettica, spartana, casta. Va bene, ma non così bene, e alla fine troviamo un appartamento che iniziamo a chiamare casa. In questa casa ci sono molte cose notevoli, ma la cosa più notevole di tutte è un segreto che riveleremo solo in punto di morte. Poi, per il resto, c’è un tunnel scavato nel tufo, 6 trappole per topi, una celletta per pedofili medievali, e il suono della campanellina di preghiera di un nostro vicino asiatico. (ah, c’è anche una piantina di menta sul terrazzo)

(Quella che dovrebbe seguire è una storia di profonda, imbarazzante ingenuità vivamente consigliata ai minori) Un giorno di ottobre scopriamo che l’ufficio dell’anagrafe a cui facciamo riferimento è quello della π municipalità. L’organizzazione degli uffici del comune ci lascia un po’ perplessi, in particolar modo per l’originale organigramma in vigore. La π municipalità è governata da un monarca di nome Signor Antonio. Il Signor Antonio ha i capelli bianchi e gli occhi azzurri e vive in un ufficio dove vengono presi a pesci in faccia i cingalesi, i triestini, e l’intera normativa nazionale sulla pubblica amministrazione. Il despota e i suoi consiglieri hanno decretato la lentezza come unica forma di resistenza contro la barbarie modernista. Abbarbicati all’Italia dell’ AD 1972 (quando piazza Plebiscito era un parcheggio e io non ero ancora nato) hanno compreso che nulla può e deve contrapporsi alla sacralità della marca da bollo e che uno straniero – o meglio: un qualsivoglia forestiero – può al massimo essere tollerato. Il Signor Antonio, in qualità di monarca, dispone di uno speciale poggiatesta di plastica nera chiamato ‘computer’. Le udienze sono gestite da un drappello di alti funzionari volgarmente noti come ‘portieri’: sono costoro i primi dispensatori di informazioni ambigue e di insulti nei coanfronti di saraceni e altri non-maradoniani. Secondo alcune stime (che però non ci sentiamo di confermare) le mansioni dei ‘portieri’ potrebbero essere svolte da un qualsiasi robottino della Brown in vendita in una grande superficie. Si narra che l’unico modo per ottenere un certificato di iscrizione all’anagrafe presso la π municipalità di Napoli sia quello di non chiedere mai un certificato di iscrizione all’anagrafe presso la π municipalità di Napoli. E poi si sa: un asteroide colpirà il pianeta e tutto questo non avrà importanza.

(e due: anche questa storia che dovrebbe seguire è una storia di profonda, imbarazzante ingenuità vivamente consigliata ai minori) Poi, in un altro giorno di ottobre, diciamo Ikea. Così, con spensieratezza: Ikea. L’odore di legno pressato, le polpettine di carne di cavallo, le tazze della caffetteria che non capisci mai se puoi rubarle oppure no. Pensavamo che arrivare all’Ikea di Afragola con i mezzi pubblici fosse complicato (con tutto quello che si sente su questa città!), invece è andato tutto come previsto. Questo paragrafo è dedicato a tutti quelli che non hanno una vettura e che sono costretti ad affidarsi ai mezzi pubblici e che sì, di questa pieghevole Gunde proprio non possono fare a meno.

Come arrivare all’Ikea di Afragola con i mezzi pubblici

Allora, la cosa migliore è partire da piazza Carlo III. La pensilina della fermata la riconoscete subito: giusto alle vostre spalle, dove si sente il rumore di legna segata, c’è un balconcino con una tendina di Mickey Mouse. Da piazza Carlo III parte un pullmino per Mordor ogni ora, ma è meglio fermarsi un po’ prima di Mordor centro (lì i pullmini vengono smaltiti in una fabbrica di torroni mandorlati) – diciamo due o tre fermate prima. Una volta passato il cavalcavia, acquistate un biglietto UNICO Campania del 2002 (già timbrato), e aspettate con fiducia che compaia un donnone dai capelli neri e lisci come spaghetti. È, costei, la Donna-enorme-che-sa-le-cose. Non abbiate timore, si tratta di una creatura gentile. La prima cosa che vi dirà, una volta registrato il vostro accento da forestiero, è che non è necessario acquistare il biglietto perché l’ultimo controllore assunto dalla CTP se l’è mangiato lei quando non era che una bambina (poi ha mangiato pure la bambina, ma non chiedete come). ‘Andate all’IKEA? No problem! Vi faccio scendere io!’. Dal suo tono si capisce che per la Donna-enorme-che-sa-le-cose l’Ikea è un posto mitico, come la spiaggia dove vanno a morire le balene o il regno del Prete Gianni, ma questo non ci riguarda – perché noi ci fidiamo. Dopo qualche giorno, l’autobus comincia a rallentare. ‘Bella, eh? Questa è la taiga’, ci dice mentre i primi raggi di sole ci scollano le palpebre. Il pullmino della CTP è vuoto, al posto di guida non c’è nessuno. La Donna-enorme-che-sa-le-cose si pulisce la bocca con il dorso del vestitino comprato da Bershka. ‘Io ho già fatto colazione’. (annuite, noi abbiamo fatto lo stesso). ‘Lì, vedete?’ Noi non vediamo nulla, ma facciamo ancora di sì con la testa – perché, ça va sans dire, ci fidiamo. La donna ci spinge giù dal pullmino, e faccio appena in tempo a girarmi che scopro la testa di Ángela ficcata a forza nelle fauci della Donna-enorme-che-sa-le-cose. La libero dalla presa, e poi, entrambi al sicuro su una striscia di cemento, salutiamo con la mano la nostra compagna di viaggio che vediamo dirigersi lentamente, tra un rutto e l’altro, verso il posto di guida. Il pullmino sbanda un poco, ma poi riprende sicuro verso l’infinito. Noi, riposati e con l’alito che sa di orchidea, attraversiamo Afragolsivik. Adesso andiamo a memoria (Android è automaticamente passato al coreano), ma non sono che pochi chilometri. Il centro è denuclearizzato: è evidente che lo hanno declunearizzato friggendolo, perché l’odore è inconfondibile. Avvicinandoci al limite di Afragolsivik l’aria si fa vaporosa e biancastra, oltre il punto più estremo pare che ci sia il Nulla. ‘Beh, che si fa?’ chiedo io, scrutando il muro polposo e lattiginoso che separa Afragolsivik dalla terra incognita. Ho paura, ma Ángela non tentenna. Mano nella mano, affondiamo i nostri corpi in quella massa misteriosa, e che sorpresa! Dopo pochi metri, l’incredibile incredibile. ‘Cosa ti ricorda?’ ‘Cosa mi ricorda? Ma questa è come…’ ‘Certo, come la Strada di Mattoni Gialli del mago di Oz…’. Al posto dei mattoni gialli però tanti sacchetti di immondizia. L’hanno chiamata Strada Provinciale, tuttavia a noi sembra più favolistico e adatto ai bambini denominarla Strada della Merda. Siamo così felici che percorriamo gli ultimi due chilometri saltellando e improvvisando una canzoncina che fa così: Strada-della-Merda! Donna-enorme-che-sa-le-cose! …
(il ritorno, poi, in tassì)

The Yellow Brick Road

E delle gambe del cadavere che fuoriuscivano dalla raccolta dell’umido parleremo in un altro momento. Questa è Napoli, e noi le vogliamo bene.*

I’ve seen things you people wouldn’t believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion. I watched C-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate. All those moments will be lost in time, like tears in rain. Time to die.


*dipende.

Un raro scatto di noi due a Afragolsivik

 

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Kakakin Kura

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Claudio speaking. I'm the co-founder of Freaky Tracks - quite happily, I must say. I taught Italian in New Zealand, undertook fieldwork research in West Africa and tested videogames in Madrid. I am a linguist, a minimalist runner and a travel addict… and nope, I won't stop moving around!
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